Alimentazione: Quando l’Italia era in guerra.

Quando l’Italia era in guerra:
Questo articolo vuole essere un racconto e una riflessione.
In questi giorni di quarantena ho sentito molta gente lamentarsi, affollare i supermercati, affrontare quest’emergenza nel modo sbagliato.
Il fatto è che non ci rendiamo conto dell’immensa fortuna che abbiamo, di quanto sia un privilegio avere dei supermercati pieni e poter fare la spesa ogni giorno. Le restrizioni che ci hanno imposto sono davvero, DAVVERO, molto elastiche.
Non dovremmo abusare di queste possibilità ma essere grati e utilizzare i nostri privilegi con intelligenza (ad esempio evitando di fare la spesa 1 volta al giorno per futili capricci).
Per farvi riflettere, voglio raccontarvi del passato..

La prima guerra mondiale in Italia


L’approvvigionamento alimentare della popolazione e delle truppe al fronte fu uno dei problemi che gli stati coinvolti nel primo conflitto mondiale si trovarono a dover gestire, con forme di intervento diretto nella produzione e distribuzione delle risorse, ma anche tramite azioni di propaganda rivolte alla popolazione, chiamata a limitare i consumi per sostenere lo sforzo bellico.
I Principali produttori erano gli agricoltori che vennero chiamati in guerra. Vennero sostituiti da anziani, donne e bambini.

Per la popolazione divenne difficile procurarsi il cibo, sia per la scarsità, sia per il prezzo sempre più elevato.
In principio il Governo italiano intervenne a regolamentare la qualità delle farine usate per la produzione del pane.
In seguito, stabilì leggi sempre più severe per controllare la produzione e il consumo di beni alimentari, specialmente di quelli “di lusso”, come lo zucchero e la carne.
Dal 1917 si ricorse al razionamento, cioè alla limitazione degli acquisti effettuata attraverso una distribuzione controllata dei generi alimentari, attraverso una apposita tessera (la tessera annonaria).
Lo zucchero viene venduto in cartoni da tre etti e non se ne possono acquistare più di due. Si teme infatti la corsa all’accaparramento, ma poi le cose vanno diversamente perché, come sottolineano i giornali, “i consumatori si lamentano per la pessima qualità dello zucchero”. L’anno dopo, in uno dei tanti momenti in cui risulta introvabile, il Comune, ne mette in vendita un certo quantitativo nel cortile del Tribunale. La ressa provoca code interminabili, con discussioni così accese, da esigere l’intervento della polizia (“L’Arena”, 9 e 10 febbraio 1917)

La scatoletta è la protagonista dell’alimentazione di guerra, prodotta con carne bovina o suina oppure pesce in prevalenza tonno, e confezionata in contenitori di latta. Altre novità in scatola sono il concentrato di pomodoro che costituisce il più economico e diffuso condimento della pasta, e il latte in polvere. Le scatolette che oggi evitiamo preferendo (giustamente) i cibi freschi, erano una vera salvezza, nei tempi di guerra.
Prima della guerra l’Italia è ancora divisa in due diversi stili di alimentazione: al nord si fa abbondante uso di polenta di mais, riso, latte e burro, mentre la pasta, il pomodoro e l’olio d’oliva sono alimenti caratteristici dei meridionali. Con gli spostamenti di popolazioni durante la guerra e il mescolamento di italiani provenienti da varie regioni si ha uno scambio di ricette locali che accelera un processo di unificazione della cucina popolare italiana.
Oggi possiamo comodamente scegliere da nord a sud se preferire un risotto o un piatto di pasta.

Seconda guerra mondiale:

Durante la Seconda guerra mondiale, le ristrettezze interessavano l’alimentazione come tutti gli aspetti della vita. Le privazioni e le rinunce forzate erano all’ordine del giorno, in un’epoca comunque contraddistinta da un regime alimentare ben lontano dagli stili di vita contemporanei.

In quegli anni la dieta di una famiglia operaia consisteva indicativamente in:

  • Colazione a base di pane, frutta,latte o formaggio.
  • Per pranzo una minestra di brodo vegetale con pasta, patate e/o legumi.
  • Per cena pane o polenta.Il razionamento è diverso in base alle fasce d’età e di conseguenza le tessere hanno colori diversi: verde per i bambini fino a otto anni, azzurro dai nove ai diciotto anni e grigio per gli adulti. Il venditore staccava il cedolino di prenotazione apponendo la propria firma e in seguito si potevano ritirare i prodotti prenotati, in una o due date stabilite.

Ovviamente durante la Seconda guerra mondiale l’alimentazione variava in base alle località, alle consuetudini regionali e alla vita in città o in campagna. La carne, tuttavia, presenziava in pochi pasti nell’arco della settimana, mentre era consistente il consumo di legumi e patate, e in seconda battuta anche quello di ortaggi. Negli che hanno preceduto la Seconda guerra mondiale, quindi, l’alimentazione era nutrizionalmente più simile a quella dei secoli passati che a quella contemporanea.

Niente può essere sprecato, pertanto la filosofia del riuso e dei surrogati diventa imprescindibile. Nelle riviste destinate al pubblico femminile si elencano ricette per riciclare gli scarti, come le bucce e i torsoli di mela o i gambi delle verdure, ma non mancano le proposte più “estreme”, come fare la marmellata senza zucchero e la crema senza uova. Il caffè è bandito e introvabile, ma anche i surrogati provenienti dalle colonie, come ad esempio il karkadè, iniziano a scarseggiare sempre più.

Adesso, vi sentite una popolazione fortunata?

Lascia un commento!